rosso

Trovarsi, finalmente, ad avere tempo per risistemare quei fazzoletti di terra nella nostra mente ed accingersi a trasformarli in “orti”. Piccoli francobolli di terra, cinti da muretti in pietra, che vanno ripuliti, arati, concimati, seminati, irrigati per giungere, infine, a godersi brevi o lunghe passeggiate tra “pensieri”: frutti preziosi di questi “orti”.

Eccomi

Utente: Gliorti
A nulla servon gli anni, le gioie e le sconfitte, pensiero volgare non muore, si perde e ritorna. Col preoccupante silenzio d'attesa, col tempo per strada ed inquietudine per compagna.

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champagne e cacio

lunedì, 28 maggio 2007

Thanatos

 hypnos-thanatos[1]

Da un po’ di giorni osservo, complice l’arrivo della lungodegenza nel fabbricato ove lavoro, che il rapporto dell’uomo con la morte sta subendo una strisciante, ma irreversibile, modificazione.

Nel piano dei ricoveri vengono accolti perlopiù anziani in condizioni “pre mortem”, che giungono da noi da altri presidi ospedalieri al termine di cure sanitarie vere e proprie.

Da noi trovano un ambiente accogliente, pulito, pasti sani e personale sanitario e medico che si occupano di loro.

Ecco. Ne hanno cura spesso per gli ultimi respiri di vita prima della vita eterna.

Verrebbe da chiedersi come mai queste ultime ore, ultimi giorni, o al più, ultimo mese, queste persone non vengano ricondotte nella loro casa, nel loro letto, fra i loro ricordi, fra i loro affetti.

Invece, successivamente alla loro dipartita, vengono condotti nella sala mortuaria, in attesa della preparazione delle esequie.

Nella “sala mortuaria”, che sino a ieri nell’immaginario collettivo, era sinonimo di luogo in cui si arrivava a seguito di morte violenta, per causa propria o altrui, oppure per un incidente di percorso durante un intervento chirurgico o un trattamento sanitario.

Quella stessa “sala” sinonimo anche di sminuzzamenti alla ricerca ossessiva della causa di morte o per una sorta di cannibalismo post mortem nel tentativo di allungare la vita di altri con organi non più necessari al legittimo  proprietario.

Ora la sala mortuaria è un luogo arredato con paramenti sacri, a cui di volta in volta si aggiungo cuscini e corone straripanti fiori e nastri viola indicanti il nome di chi così tenta di esprimere un ricordo.

Sarà per questo che ora inizia ad essere indicata con un eufemistico   “del commiato”:

Questo il motivo che mi spinge ad effettuare una ricerca, balzelloni fra la storia, la religione, la mitologia, la sociologia, l’antropologia, la filosofia, e quant’altro troverà sulla mia strada, al fine di comprendere il senso della morte.

Il tempo che dedicherò a questo sarà rubato alla moltitudine di esami che mi attendono arcigni nel periodo solstiziale, ma ritengo che sarà comunque tempo ben speso.

Quindi i miei lettori sono avvisati.

Thanatos sarà il mio compagno di viaggio nella crescita della mia mente.

 

Postato da: Gliorti a 15:33 | link | commenti (1) |
diario, thanatos

lunedì, 21 maggio 2007

Come al solito ho messo troppa carne a cuocere….

Saltello da giorni, e ne ho ancora per un mesetto, fra i precetti educativi di Locke, l’asservimento delle donne di Mill figlio, il concetto etico aristotelico, le letture di Platone e di Cicerone sull’amicizia, condito dai quesiti antropologici inerenti l’intolleranza verso gli immigrati…..ma ogni tanto faccio un po’ di zapping su internet e cosa ti scopro?

"La donna deve allattare l'uomo
per poterlo frequentare sul lavoro"

PER risolvere il caso scabroso di due colleghi di sesso diverso che lavorano nella stessa stanza era apparsa impresa ardua agli esperti egiziani di diritto islamico. Che così hanno elaborato una fatwa piuttosto bizzarra. Alla donna in orario di lavoro è infatti concesso togliersi il velo, alzare la jallabia (il vestito che la copre dal collo alle caviglie), scoprirsi il seno e allattare il collega maschio. L'operazione, ripetuta 5 volte, è in grado di trasformare il compagno di lavoro in un membro della famiglia. Uno di quegli uomini che insieme a padri, fratelli e figli, può frequentare le donne a tu per tu e senza le restrizioni imposte dalle "regole del pudore".

Repubblica.it

la segretaria

A noi misere donne occidentali, durante l’orario di lavoro è concesso solo di leggere il giornale, prendere il caffè, andare a prendere i figli dall’asilo, fare un po’ di spesa al volo, talvolta un salto dal parrucchiere, una manicure istantanea, un po’ di chiacchiere telefoniche con le amiche, e se ci riusciamo, un salto nelle aule universitarie a prendere due appunti al volo........!

Postato da: Gliorti a 20:23 | link | commenti (2) |
donne, diario

lunedì, 14 maggio 2007

.....no.....

non sono fuggita con il Principe Azzurro!

Nel giardino delle fate solo gracidii rospeschi....

Vorrei essere qui

il sogno

 

 

 

 

 

 

ed invece sono qua

la realtà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AHIME'....quo

Postato da: Gliorti a 19:56 | link | commenti (6) |
diario

lunedì, 07 maggio 2007

Se vi dicessi che mi occupo di folklore cosa pensereste?

Eccone un’altra che passa il tempo in sagre paesane, fra uno  stand enogastronomico a far finta di  ricercare  l’artigianato locale.

Invece, folklore significa letteralmente: sapere del popolo, ovvero la scienza che studia le tradizioni arcaiche provenienti dal popolo (quello illetterato e succube del potere, per intenderci), tramandate oralmente e riguardanti usi, costumi, leggende e proverbi, musiche e danze che caratterizzano una determinata area geografica o una determinata popolazione.

Poi, arriva il termine demologia……termine molto meno conosciuto, che per questo consente di recuperare la credibilità scientifica.

Anche se, a dire il vero, uno dei più grandi intellettuali italiani di tutti i tempi, nei suoi “Quaderni dal carcere” si occupa anche di folklore:

“Si può dire che finora il folklore sia stato studiato prevalentemente come elemento “pittoresco”….occorrerebbe invece studiarlo come concezione del mondo e della vita del popolo, cioè delle classi subalterne di ogni società finora esistita. Ecco perché il folklore può essere capito solo come un riflesso delle condizioni di vita culturale del popolo…così come nel canto popolare non è l’origine storica che va ricercata, né la valenza artistica, ma il suo modo di concepire il mondo e la vita, in contrasto con la società ufficiale….

Antonio Gramsci.

mietitori

Queste poche frasi dovrebbero indurre le molteplici associazioni impegnate ad imbandir tavole o a battere le mani al suono di musiche folkloristiche ad osare “un salto di qualità” nella comprensione del canto popolare e non la mera esecuzione delle stesse. Stesso appello alla miriade di politicanti, di tutto l’arco parlamentare, niuno escluso, a mettere mano al “portafoglio Italia” non solo per riempire pance di paste e fagioli innaffiati da vinaccio, ma di iniziare a servire in tavola la storia, la storia del nostro popolo.

Postato da: Gliorti a 16:15 | link | commenti (2) |
demologia

venerdì, 04 maggio 2007

002[1]

Postato da: Gliorti a 21:05 | link | commenti (2) |

martedì, 01 maggio 2007

A proposito di integrazione….

pinocchio

Ieri è stata una giornata piena di contatti con le culture "altre".

Per caso, in ufficio, ho rivisto un esponente del gruppo pakistano che vive in Valle, ci siamo reciprocamente ripromessi di incontrarci per parlare della sua storia e quella della sua gente che vive qui.. Conosce la nostra associazione e sa il lavoro che facciamo, sulle ricerche delle tradizioni popolari, e che vorremmo mettere a confronto le nostre con le loro. Chiacchierando è uscito fuori che le sue figlie, che pur avevano frequentate per un paio d’anni le nostre scuole d’obbligo, sono state spedite in Pakistan a continuare gli studi. Il motivo addotto parrebbe sia che nelle nostre scuole i bambini dicono le parolacce e le stesse hanno chiesto di tornare in patria per gli studi. Ed io, all'ora della pausa caffè, ho commentato con una mia amica che avevo ricevuto un lezione di etica dell’educazione da uno straniero, un cosiddetto extracomunitario.

Poi, nel corso della giornata, è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere….

All’ora di colazione sono andata su una delle montagnole che incorona la mia Valle per incontrare una troupe televisiva che veniva dalla Romania, ufficialmente a riprendere il nostro antico modo di portare la legna giù dal monte con l’uso dei muli.

La troupe aveva contattato i rumeni che lavorano nell’azienda che si occupa di legname da ardere, e il proprietario, attraverso i miei canali “veterinari”, aveva contattato me, sapendo che sono interessata ai mestieri in via di estinzione.

Sono arrivati in sei: due della televisione, quindi da Bucarest, due signori da Roma con le rispettive mogli, che vivono in Italia da diversi anni, ed in regola già prima dell’entrata della Romania nella UE.

Piove ed io non oso salire sui muli che dovranno condurre il cameraman e il giornalista  a vedere dove e come si caricano i muli di legna, per poi ricondurli a valle.

Partono, accompagnati dai loro connazionali che sono impegnati tutto il giorno a tirar giù legna.

Approfitto per fare una chiacchierata con una delle signore che vivono a Roma per capire che tipo di reportage la televisione rumena ( del tipo la nostra RAI Uno, per intenderci),aveva commissionato a questi due operatori.

Convinta che fosse una sorta di confronto fra le nostre e le loro tradizioni ( erano già andati in un’azienda bufalina campana) ho iniziato a nutrire dubbi quando la signora mi ha detto che avevano in programma di andare in un’azienda edile, e terminavano il lavoro incontrando gli operatori rumeni che lavorano nel campo dell’assistenza sanitaria.

Svanita ogni ombra di reportage demologico, rafforzata da quanto visto successivamente.

Tornano alla base, si sale in macchina e si va tutti a casa del proprietario.

Accanto alla casa del proprietario, una piccola casetta, ben ordinata, ospita i ragazzi rumeni.

E qui, la cruda verità: il cameraman e il giornalista riprendono i ragazzi che cucinano cibo rumeno, che ballano musiche rumene, che cantano canzoni rumene.

Una sorta di manifesto di come i rumeni che lavorano da noi siano liberi di perpetuare la loro cultura, mi pare di essere a Little Italy all’inizio del novecento. Di intervenire per confrontare il nostro modo di cucinare (il piatto era la polenta, in salsa rumena) con il loro, neanche a parlarne.

Quando è caduto del vino ed io istintivamente ho intinto un dito nella bevanda per passarlo sulla fronte di uno di loro, hanno spento la telecamera, e le mie spiegazioni su come sia un gesto scaramantico non interessavano nessuno

Chiaro il messaggio: questo non era un incontro fra culture che sono costrette a coabitare e che devono capirsi per accelerare il processo di integrazione, ma un manifesto pubblicitario commissionato dalla più importante rete televisiva rumena per promuovere l’emigrazione verso l’Italia, un paese dove vengono accettati calorosamente (chi ci ospitava aveva invitato tutti i suoi amici, a tavola eravamo una quarantina), un paese i cui abitanti amano mangiare il cibo rumeno, battono le mani al suono della musica rumena, e così via….quasi ad arrivare ad una sorta di occupazione culturale.

Falso di un falso che più falso non si può: la maggior parte di coloro che arrivano da noi vengono trattati peggio degli animali, ma questo non si deve dire.

Le riprese e le intervista sono state, e saranno fatte solo in quelle oasi in cui gli italiani trattano i loro lavoratori stranieri nel rispetto della dignità che è loro dovuta.

(ovviamente quando ho cercato di dire questo mio pensiero, sono stata interrotta bruscamente, adducendo che loro sono costretti a filmare quello che era stato loro commissionato, in buona pace non solo della democrazia – come si dirà in rumeno? – e del diritto/dovere di cronaca e di verità in cui intingono la penna tutti i giorni i nostri cronisti – salvo poi distruggere la vita di un individuo, ma questo è giornalismo all’amatriciana).

Ciliegina sulla torta: chiacchierando con uno dei rumeni che vive e lavora in Italia da vent’anni, ho scoperto che i suoi figli sono a studiare in Romania, affidati ai suoi genitori.

Perché?, chiedo io…lo hanno voluto loro, ovviamente….ma come sono saggi questi bimbi stranieri, e soprattutto come sono democratici questi genitori che consentono ai loro figli di poter liberamente scegliere il luogo in cui formarsi. Per riemigrare, appena formati.

Ho ripensato al pakistano della mattina: ecco il vero motivo per cui ha mandato le figlie a studiare in patria…..

La via dell’integrazione passa attraverso la scolarizzazione. Chi rifiuta il nostro sistema dell’istruzione e manda i suoi figli a studiare nella madre patria, vuole realmente integrarsi con noi?

Certo, il campione in mio possesso non è sufficiente per trarre delle conclusioni.

Ma due su due, in un solo giorno, mi pare che faccia il cento per cento.

E soprattutto mi viene da chiedere: ma questa tanto citata, in tutte le salse ideologiche, integrazione cosa cavolo è? Ma soprattutto chi accidenti la vuole?

Sapete cosa c’è di nuovo? Mi vado a fare due italianissimi spaghetti alla carbonara e mentre bolle l'acqua metto su O' soleeeee miooooo.........

Postato da: Gliorti a 07:29 | link | commenti (3) |
diario

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