rosso

Trovarsi, finalmente, ad avere tempo per risistemare quei fazzoletti di terra nella nostra mente ed accingersi a trasformarli in “orti”. Piccoli francobolli di terra, cinti da muretti in pietra, che vanno ripuliti, arati, concimati, seminati, irrigati per giungere, infine, a godersi brevi o lunghe passeggiate tra “pensieri”: frutti preziosi di questi “orti”.

Eccomi

Utente: Gliorti
A nulla servon gli anni, le gioie e le sconfitte, pensiero volgare non muore, si perde e ritorna. Col preoccupante silenzio d'attesa, col tempo per strada ed inquietudine per compagna.

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In fresco

champagne e cacio

lunedì, 30 giugno 2008

chiusura del mese con una considerazione di carattere personale:

....se mi metto a fare cappelli, la gente nasce senza testa.....

stamane voci di corridoio annunciavano che Renato aveva ficcato in un decreto legge lo svecchiamento dei dipendenti della pubblica amministrazione:

"Con trentacinque anni di servizio il dipendente può chiedere di essere collocato in pensione anticipata, percependo il cinquanta per cento dell'ultimo stipendio, aumentato al settanta se lo stesso dimostra di fare parte di associazione di volontariato e di partecipare attivamente alle attività della stessa....omissis....bla bla bla.

L'amministrazione di appartenenza continua a versare contributi pensionistici al fine di dare la pensione per intero al raggiungimento dei quarant'anni stabiliti per legge.....bla bla bla."

Ottimo, (pensavo) mi sono fatta due conti e già pregustavo il pre-pre-pensionamento!

Ho trovato il decreto legge e ho scoperto l'ennesima bufala ai mei danni: riguarda solo coloro che avranno i trentacinque anni nel 2009 - 2010 - 2011.

Punto. Poi torneranno al potere Romano & C. e cancelleranno tutto.

Come quando sono entrata al lavoro e si andava in pensione con quattrodici anni, sei mesi e un giorno.

Quando stavo nei paraggi, a diciannove sei mesi e un giorno.

Arrancando mi aggiravo nei dintorni, e diventarono ventiquattro sei mesi e un giorno.....poi è sempre stato un correre per arrivare giusto nei pressi, ma mai dentro.

Fino alla beffa di Renato......quando avrò i sudati trentacinque anni un nuovo (?) gruppo politico deciderà che i dipendenti pubblici dovranno lavorare sino ai settant'anni e le donne dieci anni di più ( lo scorso, seppur breve, governo aveva appizzato le orecchie al deficiente di turno che sosteneva che in considerazione del fatto che le donne vivono di più, dovevano andare in pensione più tardi rispetto agli uomini.....ometto le altre idiozie sul tema)

D'accordo, mi arrendo....ditemelo subito che quando non sarò più in condizione di recarmi sul posto di lavoro, non solo non mi darete nulla ma per potermi assentare dovrò versare allo Stato una quota mensile pari alla metà dell'ultimo stipendio percepito!

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....sentirsi perennemente sulla soglia del giardino della pensione senza poter accedere ad esso....

Postato da: Gliorti a 21:29 | link | commenti (1) |
diario

sabato, 28 giugno 2008

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Postato da: Gliorti a 21:17 | link | commenti (4) |
ilgiardinodelledelizie

giovedì, 26 giugno 2008

E' innegabile.....

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...le abbondanti concimature, accompagnate da acqua e sole stanno rendendo il giardino delle fate un luogo delizioso assai!

Postato da: Gliorti a 19:04 | link | commenti |
ilgiardinodelledelizie

martedì, 24 giugno 2008

il giardino delle fate si sta avviando verso l'autarchia alimentare.....

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frittata con un asparago selvatico.....

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innaffiata dal vino della casa....

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e per frutta amarena. Una.

Postato da: Gliorti a 07:24 | link | commenti (2) |
ilgiardinodelledelizie

domenica, 22 giugno 2008

Gironzolando per il giardino delle fate…..

la Borragine può dire, e ciò non è bugia: io ti conforto e genero allegria”

La Scuola Salernitana racchiude in un verso le proprietà che sin dall’antichità si attribuivano a questa erba selvatica, scacciare la melanconia.

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Gli antichi romani, infatti, usavano aggiungere borragine al vino, rendendolo un antidoto alla tristezza.

Il nome parrebbe derivare dal latino “burra” stoffa ruvida, alludendo alla pelosità di tutte le sue parti.

Taluni invece parlano di una derivazione araba “abourash”, padre del sudore, riferendosi alle proprietà sudorifiche del decotto.

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Nel celtico “borrach” troviamo il significato di coraggio.

Aggiunta al vino dava coraggio ai guerrieri per affrontare i nemici in battaglia.

In Grecia veniva usata per curare i mal di testa da sbronza.

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Nel Galles “llawenlus”, è l’erba della contentezza, tanto da essere usata come decorazione delle case in occasione dei matrimoni.

 

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“un decotto di borragine allontana la tristezza e dà gioia di vivere”, Plinio.

 

Postato da: Gliorti a 16:59 | link | commenti (3) |
ilgiardinodelledelizie

sabato, 21 giugno 2008

Rigatoni del solstizio della luce.....

Porre in una padella olio d’oliva, due spicchi d’aglio sbucciati e schiacciati col palmo della mano. ‘che l’aglio non deve vedere lame, tre o quattro rametti di mentuccia selvatica.

Quando l’aglio ha preso colore e le foglie della mentuccia iniano ad accartocciarsi su ste stesse friggere in quest’olio le zucchine tagliate a rondelline sottilissime.

Alla doratura delle zucchine togliere dal fuoco e porre in una ciotola a riposare.

Tolto l’aglio e la mentuccia fritta, aggiungere aglio fresco e foglie di mentuccia.

In una padella antiaderente mettere a fuoco, senza alcun condimento, i pomodorini spaccati in quattro, che abbiamo da asciugare l’acqua in eccesso.

Spegnere e mettere da parte.

Fare pezzettini piccolissimi della mozzarella.

Sciacquare velocemente sotto l’acqua le acciughe e diliscarle.

Privare del nocciolo le olive.

Mettere a bollire l’acqua per la pasta.

Rigatoni kamut.

Prendere una casseruola, versare dell’olio, e le acciughe.

Appena le acciughe si saranno sciolte aggiungere i fiori di zucca a cui è stato tolto il pistillo centrale.

Appena i fiori avranno perso la loro freschezza, aggiungere le zucchine.

Subito i pomodori.

Scolare la pasta al dente e buttarla nella casseruola.

Olive e mozzarella.

Spegnere.

Attendere che il caldo della casseruola e della pasta sciolga lievemente la mozzarella.

Guarnire con foglie di mentuccia fresca.

Per chi desidera cimentarsi procurarsi:

una manciata abbondante di mentuccia selvatica

una decina di zucchine mignon

una ventina di fiori di zucca ancora chiusi

olive nere piccoline, una manciata

mozzarella di bufala valcominense

quattro acciughe sotto sale

quattro o cinque pomodorini

Postato da: Gliorti a 18:27 | link | commenti (3) |
ilgiardinodelledelizie

venerdì, 20 giugno 2008

“Dacci il nostro pane quotidiano”

Nulla come la mietitura ricordava agli uomini la bontà divina.

E la mietitura era una festa gioiosa, quel raccolto che avrebbe sicuramente sfamato per un intero anno.

Pane e pasta.

Nell’immaginario collettivo sono ancora fondamento dell’alimentazione, ed esserne privati, pur avendo a disposizione un’infinità di altre derrate, instilla un senso di ansia da carestia che ci trasciniamo dietro sin dall’inizio della storia dell’uomo.

Ultimamente titoli cubitali di aumenti del prezzo di un alimento che incide per meno del cinque per cento nel paniere alimentare scatenano ansia.

L’unica spiegazione che mi sono riuscita a dare è il terrore di carestie che abbiamo ben fisso nel nostro ancestrale inconscio collettivo.

La mietitura era una danza a cui partecipavano tutti i contadini della contrada.

Giorno dopo giorno, c’era lo scambio delle  braccia, tutti assieme velocemente si mietevano interi colli, sotto un sole cocente che era benedizione piuttosto che fastidio, con nelle orecchie il frinire delle cicale intervallato dai brevi canti delle donne, acuti, a cui un’eco di altre donne, da altri colli, rispondeva.

Le torcacane.

Nel caldo afoso volavano canti d’amore, di rabbia, di erotismo.

Tutto quanto ispirasse la figura femminile, che mai come in questo raccolto perdeva la sua velatura di madonna per diventare femmina.

Sin dall’alba mi organizzavo per il lavoro che mi era riservato.

Portavo nei pressi del pozzo bottiglioni vuoti e quelli pieni di vino.

Un bicchiere. Bustine di polvere bianca per rendere l’acqua effervescente e fialette di liquido rossastro per strasformare miracolosamente l’acqua del pozzo in aranciata.

Tiravo su dal pozzo secchiate di acqua gelida, scanzavo tutti gli esseri che abitavano nel pozzo, ed iniziavo a riempire i bottiglioni con acqua, acqua frizzante, aranciata.

E iniziavo il giro dei mietitori. Un  bottiglione in mano, uno in braccio per poter trasportare con esso un bicchiere capovolto sul collo della bottiglia, e campo campo raggiungevo tutti.

Loro si fermavano, bevevano acqua o vino, o entrambi, sgrondavano il bicchiere per togliere l’ultima goccia e approfittavano della sosta per cavare da una tasca posteriore una “coda” e dare una affilata al falcetto.

Le donne a casa iniziavano a preparare per la colazione.

Finalmente si aprivano i prosciutti che erano rimasti appesi in attesa di questo evento.

Affettato a mano, veniva posto in larghi contenitori e trasportato nei campi nelle canestre assieme a fragranti pagnotte di pane e pezze di cacio.

Talvolta nonostante la cura qualche prosciutto veniva attaccato dalla mosca. E le parti attorno a luogo in cui s’era depositata a fare le uova diveniva immangiabile a causa del suo olezzo.

Niente paura. Si toglievano le parti rovinate con un coltellino appuntito, e, a seconda del danno, se non si potevano trarne delle fette se ne ricavavano dei quadretti.

In entrambi i casi, venivano conditi con olio, aglio e peperoncino.

Tanto per togliere l’ultimo accenno maleodorante dell’incidente.

Nel giro di un giorno un intero prosciutto veniva affettato. E l’osso accuratamente avvolto in un panno di lino e riappeso.

L’attesa non sarebbe stata lunga: presto sarebbe finito in pentola a far compagnia a verdure di stagione.

Una lunga e dolce bollitura che terminava con lo sposalizio con quadrotti di pane secco.

Gustato con cipollotti freschi dell’orto, un boccone di pane inzuppato di verdure, un morso alla cipolla.

Postato da: Gliorti a 18:37 | link | commenti |
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giovedì, 19 giugno 2008

San Giovanni dava inizio alla lunga stagione della raccolta.

Se si era ben seminato e se, soprattutto, gli dèi erano stati clementi, si potevano pagare i debiti contratti per i lavori nei campi, e per le necessità quotidiane.

Non c’era l’uso di pagare cash ogni derrata, o attrezzo, o semente di cui era necessario provvedersi.

Per gli alimenti e affini s’usava un quadernuccio con il dorso nero, la libretta, su cui venivano segnati pasta, zucchero, sale, saponi, tessuti, e tutto quanto si poteva reperire in negozi che erano delle miniature degli odierni centri commerciali.

Per tutto quello che abbisognava per i lavori nei campi, si acquistava sulla parola.

Una stretta di mano era sufficiente per avere credito, per cedere o acquistare bestiame, e nessuno si sognava di non rispettare la parola data.

Che veniva suggellata da una bevuta in una delle numerose osterie disseminate nei centri storici.

S’iniziava con la raccolta del frumento: pane.

Seguitava quella del granturco: polenta e alimento per la produzione di uova.

L’allegria per il raccolto era al culmine nei filari di vite: vino.

Nel vento freddo che tagliava la pelle del viso mentre ginocchioni si raccoglievano le olive cadute a terra: olio.

Per chiudere il cerchio della provvidenza,  il freddo polare di un’alba quando  arrivava lo scortichino: maiale.

San Giovanni, rappresentato nella mitologia e nella demologia come la notte dei fuochi che illuminavano l’incontro della luce con le tenebre, ricamando su questa notte di incontri stregati, di magie allontanate, di rituali sul limite estremo fra sacro e profano, era solo il momento in cui si ardevano sterpaglie.

Fossi di irrigazione riconquistati all’acqua che sarebbe arrivata a dar sollievo a campi aperti o ad orti recintati, vigne liberate dai rami in eccesso per far si che la forza della vite si concentrasse su grappoli ben pieni, oliveti liberati da sterpaglie che impedivano una corretta concimazione delle piante.

Talvolta questi fuochi che si accendevano di colle in colle coincidevano con la notte magica per eccellenza.

Per puro caso.

Delle arcaiche magie oramai scalzate dalla modernità che s'infilava nelle campagne più remote restavano solo l’acqua magica, il nocino e le spighe di lavanda.

Per la prima si provvedeva il giorno avanti alla festa alla raccolta di tutti i fiori possibili ed immaginabili, erbaggi odorosi, coltivati e selvatici, che venivano posti in larghi catini e coperti di acqua di pozzo: una notte all’addiaccio, sotto le stelle o, quando capitava, sotto il biancore lunare, e al mattino era pronta per lavarsi il viso e diventare belle.

Dopo aver accuratamente tolto di mezzo mosche, ragni, grilli e quant’altro di vivente s’era inopportunamente tuffato per affogarcisi.

Dopo essersi fatte belle, si partiva per la raccolta di lavanda, che finiva con l’essere intrecciata in mazzetti da porre nelle cassepanche fra le biancherie di pregio.

E delle noci.

Quaranta noci con il mallo, aperte a metà con un colpo ben fermo di coltello, finivano in damigiane a collo largo con un litro di vino bianco.

Quaranta giorni a riposo.

Ricorre spesso il numero quaranta nei mestieri contadini: retaggio inconscio del diluvio?

Postato da: Gliorti a 16:05 | link | commenti |
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mercoledì, 18 giugno 2008

Tutta una tirata. Ancora pomodori.

Di seguito  si facevano i pomodori pelati, quelli a pezzetti, quelli a pezzetti mischiati con i peperoni, e il concentrato di pomodoro.

Le altre donne di casa, le zie, furbe assai, nei giorni della lavorazione dei pomodori, avevano in visita il  marchese.

Sempre.

Ogni volta che c’era da lavorare, la storiella era sempre la stessa.

Facendo leva su arcaiche convinzioni sull’impurità della donna nel periodo mestruale, tanto nefasta da far seccare le piante, se era ora di piantare ortaggi, far scoppiare le bottiglie di pomodoro, se era tempo di fare le conserve, di rancidire le salsicce, quando toccava ammazzare il maiale.

Erano perennemente indisposte.

E la sguattera della nonna ero sempre io, che ancora non ero signorina.

Non ancora nell’età di raccontare balle.

Il pomodoro è stata la mia scoperta dell’America.

Più furba di Colombo, che s’era arenato all’idea che fossero sferici fiori da donare alle dame delle corti cattoliche, ho subito intuito che m’avrebbe rivoluzionato la vita.

Dal giorno in cui, approdata dalla Scozia in casa dei nonni ciociari, scoprii che se mi arrampicavo sulla sedia, salivo sul tavolo, riuscivo a conquistare il centro dove veniva posto un enorme ciotola di ceramica bianca che conteneva pastasciutta.

Al sugo.

Che io mangiavo con le mani.

Pomodoro cotto, pomodoro crudo, pomodoro sulla pianta.

Quando si andava per orti con i nonni, la matriarca provvedeva a recare nascosto nel grembiule una fetta di pane ed un cartoccetto di sale fino.

Giunti alla raccolta, mentre loro riempivano canestre di pomodori, io prendevo la mia fetta di pane, e iniziavo il giro dei solchi.

Mi sceglievo un pomodoro quasi sfatto, lo aprivo con le mani, e lo strofinavo sulla fetta di pane.

Un pomodoro, due pomodori, tre pomodori.

Mi fermavo solo quando la fetta era talmente intrisa di succo che rischiava di spappolarsi nella mia mano.

Una spolveratine leggera di sale, e iniziava la mia merenda.

Una delle tante merende della mia giornata.

Dopo andavo gironzolando a caccia di erbe selvatiche buone da mangiare, buone da vedere….e ora so buone da pensare.

Con le erbe selvatiche e i pomodori appena raccolti, al rientro la nonna preparava una zuppa da mangiare sul pane raffermo, “pignatella”.

(dal nome della pentola, pignata)

Postato da: Gliorti a 20:02 | link | commenti |
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martedì, 17 giugno 2008

Non amavo i giocattoli.

Ad ogni festa religiosa a cui approdavo attaccata alle mani delle donne di famiglia, guardavo con aria scettica nugoli di coetanei che strillavano impuntandosi come asinelli alle bancarelle di giochi.

Io preferivo fermarmi a quelle dei cibi.

C’era un tempo in cui a queste feste, tutte rigorosamente estive, si edificavano capanne di canne e rami, e di sotto panche e tavolacci su cui venivano serviti trippetta e arrosti di abbacchio.

In una in particolare, cocomeri tenuti in fresco in botti con ghiaccio, affettati e mangiati seduti nei prati.

Ero adolescente, e terminate le funzioni dell’anima, rigorosamente pretigne,  che culminavano con il rientro del Santo nella sua dimora dopo il giro benedicente per il paese, fuochi artificiali a sancirne il rientro, coppiette di fidanzati alle porte del matrimonio,  si disperdevano nelle zone buie attorno al palco su cui si esibivano orchestrine di fortuna a sbaciucchiarsi, noi ragazzini ci organizzavamo in gruppo  per andare ad abbottarci di cocomero.

Seduti nei fossi, iniziavano le gare a chi faceva più bucce.

Amichetti maschietti, perché nel rione in cui abitavo con i nonni, non c’era una femminuccia manco a pagarla a peso d’oro.

Quindi solo compagni maschi e giochi maschi.

In testa, andare a rubare le uova nei pollai d’intorno, per primo quello dei nonni, per bere le uova appena toccavano la paglia.

Poi, arrampicate sugli alberi, meglio se di frutta.

Nel nostro rione c’era un enorme tiglio, sotto il quale ero costretta a trascorrere i lunghi pomeriggi estivi a scacciare le mosche che tentavano atterraggi di fortuna su delle lunghe scife di legno – tavoloni di legno lunghe circa un metro e mezzo per mezzo, con un bordo, a cornice, altri circa cinque centimetri, su cui veniva spalmata la passata di pomodoro, e con una opportuna pendenza del legno, colava dell'acqua in eccesso e con il caldo si essiccava.

Appena l’aria rinfrescava, si copriva con un velo, si ritirava per la notte e il giorno dopo daccapo, a sventolare mosche.

Il lavoro terminava quando la composta s’era rappresa, messa nei vasi di coccio e coperta con un dito di olio d’oliva.

Il concentrato di pomodoro.

Nel periodo dell’abbondanza dell’orto venivo schiavizzata da tutte le donne della famiglia.

La nonna dirigeva i lavori, accendere il fuoco all’aperto, bollire acqua nel cotturo, appena raggiunto il bollore buttarci dentro i pomodori maturi per essere trasformati in conserve invernali, appena il bollore riprendeva, scolarli e metterli in una capiente bacinella, passarli al passapomodoro, imbottigliare con foglie di basilico, tappare, preparare un altro cotturo con acqua fredda e coperte vecchie, adagiare le bottiglie e farle bollire per mezz’ora.

Il mattino successivo toglierle dall’acqua oramai fredda e porle nella cantina, forziere  della brava  donna di casa.

Lo scorrere delle stagioni era sancito dai vari mestieri di rimessaggio di derrate più che dal calendario.

Postato da: Gliorti a 19:19 | link | commenti |
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